FORWOMEN: gli stereotipi sulla maternità che frenano l’impresa (e come superarli)
Giulio Faccenda, PhD Università Cattolica del Sacro Cuore
L’imprenditorialità è spesso raccontata come una scelta di vocazione, autonomia progettuale e crescita professionale. Ma per molte donne può diventare anche una scelta di necessità: una via praticabile quando il lavoro dipendente è discontinuo, non offre opportunità adeguate o risulta difficile da conciliare con i tempi di vita. In questo spazio di possibilità, tra aspirazioni e vincoli, si inserisce FORWOMEN - FOsteRing WOMen’s Necessity ENtrepreneurship, progetto di ricerca di interesse nazionale (PRIN 2022) finanziato dal programma Next Generation EU e coordinato dalla professoressa Claudia Manzi, docente di Psicologia sociale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. I risultati del progetto sono stati presentati al seminario “Femminile Plurale”, tenutosi mercoledì 28 gennaio 2026 presso l’Università Cattolica.
FORWOMEN nasce da una domanda concreta: cosa frena e cosa può sostenere le intenzioni imprenditoriali delle donne, soprattutto nelle fasi di vulnerabilità occupazionale? Per rispondere, il gruppo di ricerca ha adottato un approccio multi-metodo. In una prima fase qualitativa, donne imprenditrici e donne disoccupate sono state coinvolte in focus group per far emergere motivazioni, ostacoli e bisogni reali. In una seconda fase, studi sperimentali basati su questionari, condotti su un ampio campione di donne in cerca di lavoro, hanno valutato l’effetto di specifiche cornici culturali sulle intenzioni di avviare un’attività imprenditoriale.
Il punto che emerge con forza va oltre gli stereotipi di genere più noti. Accanto alla rappresentazione, ancora diffusa, dell’imprenditore come figura prevalentemente maschile, FORWOMEN mette in luce un fattore altrettanto incisivo: gli stereotipi legati alla maternità. In particolare, il progetto identifica come particolarmente rilevante il modello di maternità intensiva: un insieme di credenze che attribuisce alle madri aspettative di dedizione totale, presenza costante e responsabilità quasi esclusiva nel garantire il benessere dei figli. Quando questo modello diventa centrale nella rappresentazione di sé, l’avvio d’impresa tende a essere percepito come meno compatibile: non solo per ragioni pratiche, ma perché cambia la rappresentazione di ciò che è legittimo desiderare e realizzabile fare. In altre parole, prima ancora di essere un problema di competenze, può diventare un problema di immaginabilità.
Da qui la terza fase del progetto: trasformare i risultati in azione. In collaborazione con la piattaforma Women at Business, il gruppo di ricerca ha progettato e implementato SHE-IN -Supporting Her Entrepreneurship & Innovation, un intervento formativo rivolto a donne in transizione lavorativa che ricercano un lavoro o un cambio di carriera. L’idea è semplice e ambiziosa insieme: affiancare agli strumenti formativi per orientarsi e progettare il futuro professionale un lavoro esplicito sulle cornici culturali che spesso agiscono come “pilota automatico”, limitando scelte e aspettative.
Un primo ciclo di incontri ha coinvolto 28 partecipanti. L’intervento ha proposto attività guidate per riconoscere l’influenza degli stereotipi, in particolare quelli legati alla maternità intensiva, e per esplorare modalità di conciliazione tra vita familiare e lavorativa più integrate, fondate sulla condivisione delle responsabilità di cura e sulla legittimità delle aspirazioni personali. La valutazione dell’impatto, impostata con un protocollo sperimentale, restituisce incoraggianti: emerge una tendenza alla maggiore consapevolezza degli stereotipi, all’incremento del senso di efficacia e segnali di rafforzamento delle intenzioni verso l’avvio d’impresa rispetto a un gruppo di controllo.
Il messaggio che FORWOMEN porta nel dibattito pubblico è chiaro: perché l’avvio d’impresa sia per le donne madri un’opzione concreta, e non una barriera invalicabile, potrebbe non essere sufficiente agire soltanto su incentivi, formazione tecnica e accesso alle risorse. Accanto a questi elementi, diventa rilevante considerare anche i modelli culturali che orientano le decisioni lavorative e familiari, spesso in modo silenzioso ma pervasivo. Rendere visibili questi “vincoli invisibili” è già un primo passo per scioglierli. E, per molte donne, può significare passare dal “non è per me” al “posso provarci”.
Giulio Faccenda, PhD Università Cattolica del Sacro Cuore



